Francesco: il papa, le unioni civili e i contesti

Scritto da Yàdad De Guerre

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Yàdad De Guerre,
Francesco: il papa, le unioni civili e i contesti,
Sovversioni, 17 Novembre 2020
Il 21 ottobre 2020, dopo la proiezione alla Festa del cinema di Roma del documentario diretto da Evgeny Afineevsky e intitolato Francesco, molti giornali del mondo hanno parlato di un'apertura del papa alle unioni civili per le coppie formate da persone dello stesso sesso. Mi è parsa chiara, fin da subito, la necessità di contestualizzare con più calma quella che è stata definita una dichiarazione «rivoluzionaria»: se c'è davvero una rivoluzione in Vaticano, tanto vale cercare di comprenderla.

Quando ho visto il documentario di Evgeny Afineevsky dedicato al papa e intitolato Francesco, era già scoppiato il caso intorno alle parole sulle persone omosessuali e le unioni civili. Avevo letto qualche articolo di giornale, un po’ di commenti sui social network, diversi punti di vista sulle piattaforme digitali, ma quasi nessun intervento partiva dal testo filmico. Ho deciso, dunque, di vedere il lavoro di Afineevsky e, successivamente, di scrivere questo articolo. Nella prima parte, mi concentro su Francesco come testo, entrando pian piano nella costruzione filmica del segmento che riguarda l’omosessualità. Analizzando le stesse fonti usate per il documentario, spiego le dichiarazioni del papa alla luce, in particolare, di suoi interventi passati: conferenze stampa, interviste, libri. Nella seconda parte, invece, mi spingo oltre, nel tentativo di dare una forma più precisa alla supposta apertura verso le persone omosessuali della Chiesa cattolica sotto la guida di Jorge Mario Bergoglio. In questa epoca secolare, marcata dal discorso sui diritti umani, che cosa significa ascoltare un papa che afferma il diritto a una copertura legale per le persone omosessuali? E quale soluzione giuridica potrebbe mai essere una legge sulle unioni civili avallata dal Vaticano? Quali limiti avrebbe? C’è davvero da essere molto felici in Italia se, per il centro-sinistra e per la relatrice della legge n. 76/2016 sulle unioni civili e le convivenze, le dichiarazioni del papa suonano come «un riconoscimento dall’autorità morale più importante del mondo»?

Parte I

Il segmento sull’omosessualità

In Francesco di Evgeny Afineevsky, il papa è rappresentato come una sorta di profeta immerso nel suo tempo, capace di individuare i problemi del mondo e permetterne il racconto. Sempre al posto giusto nel momento giusto, è quasi un santo dalle infinite doti di ascolto, sa intercettare con empatia il dolore degli esseri umani a prescindere dalla loro fede e dalle loro caratteristiche personali. Evocare il suo nome oppure riuscire a toccarlo o anche solo vederlo genera miracoli, crea la pace, fa regnare l’armonia, depone le armi. La sua umanità non filtra nei momenti biografici, nelle tribolazioni di un percorso di vita. Piuttosto, si ricava da quello che viene indicato come il suo più grande errore: l’incapacità di cogliere, fin da subito, la serietà e la gravità degli abusi commessi dal prete cileno Fernando Karadima e denunciati da Juan Carlos Cruz. La storia di Cruz costituisce l’inciampo che permette a Jorge Bergoglio di superare un ostacolo e crescere, divenendo il rivoluzionario della Chiesa contemporanea e del mondo intero. Permette, di fatto, il percorso del papa verso l’universale della santità. Non è un caso, dunque, se la storia di Cruz pone il ritmo della narrazione e rompe la struttura in segmenti tematici, venendo raccontata pezzo per pezzo lungo l’arco dell’intero film.

Chiaramente, il papa è al centro del documentario e non potrebbe essere diversamente. Tuttavia, il ritratto agiografico fatto da Afineevsky non di rado offusca le protagoniste e i protagonisti delle storie del mondo, sottomettendo ogni evento alla sua figura. Anche Juan Carlos Cruz, la cui forza e coraggio nella denuncia degli abusi sessuali subiti basterebbero a fare di lui l’eroe del racconto, finisce con l’essere percepito come un personaggio secondario di una storia altrui, quasi l’espediente necessario per elevare il potere di un pontefice. Afineevsky rende ambigue persino immagini conosciute in tutto il mondo. Verso la fine del documentario, per esempio, gli applausi sollevati nel mondo, in città e paesi diversi, e dedicati al personale sanitario durante la pandemia di COVID-19 sembrano tutti dedicati al papa (il quale, ci viene ricordato in un precedente segmento biografico, smise di studiare medicina per diventare sacerdote, un «medico delle anime»). Francesco, in sostanza, è un atto d’amore verso Bergoglio, di quell’amore cieco che perde un po’ di lucidità e sovraespone l’oggetto d’amore, con il rischio di scadere in eccessiva ingenuità.

Come si diceva, il film è diviso in segmenti tematici, tra cui uno dedicato all’omosessualità, circa due minuti e mezzo sui centoquindici circa di durata complessiva. Nonostante la sua brevità, è proprio questa parte ad aver reso Francesco celebre nel mondo, perché qui – per la prima volta nella storia – un papa sembrerebbe affermare la necessità di tutela giuridica per le coppie formate da persone dello stesso sesso. Tuttavia, sapendo che nel documentario si fa un uso a tratti spericolato di materiali d’archivio, giustapposizioni date dal montaggio e interviste rimontate, che cosa ha veramente detto il papa sulle persone omosessuali e sulle unioni civili? E che cosa ha mostrato, lasciato intendere Francesco? Per prima cosa, andrebbe sgombrato il campo dagli equivoci, dai dubbi e dai «gialli» – come parte del giornalismo italiano li ha definiti in un primo momento – rispetto alle scene in cui si affrontano i discorsi intorno all’omosessualità. I primi piani del papa provengono effettivamente dall’intervista condotta nel maggio 2019 da Valentina Alazraki per Televisa, gruppo televisivo messicano. Per la precisione, si tratta di immagini tratte dalla seconda video-intervista di Alazraki dopo quella del 2015 che, talvolta, è stata impropriamente citata come fonte originale. Sulla provenienza del video, dunque, alcun mistero. D’altra parte, Televisa è correttamente citata nei titoli di coda all’interno delle sequenze non originali utilizzate dal documentario. Anzi, è tra le primissime fonti citate, subito dopo l’archivio vaticano. Non potrebbe essere diversamente: gli interventi del papa per quell’intervista sono tra i principali segni di interpunzione del documentario, usati come commento, spesso finale, ai vari segmenti tematici. La stessa Alazraki, poi, interviene in Francesco all’interno del segmento sulla presenza femminile nella Chiesa di Bergoglio.

Nel film di Afineevsky, il segmento tematico sull’omosessualità arriva alla metà del film, dopo un’ora e quattro minuti circa di visione. Si apre con un tweet del 17 marzo 2016 inviato dall’account ufficiale del papa, @pontifex: «No one can be excluded from the mercy of God. The Church is the house where everyone is welcomed and no one is rejected» [Nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio. La Chiesa è la casa in cui tutti sono benvenuti e nessuno è rifiutato]. Tali parole sull’esclusione fanno da raccordo tra questo tema e quello affrontato in precedenza, cioè il ruolo delle donne nella Chiesa e le aperture volute da Bergoglio. Allo stesso tempo, costituiscono una sorta di introduzione che prepara e direziona la storia di Andrea Rubera, padre omosessuale sposato in Canada e unito civilmente in Italia. Voce narrante della sequenza, Rubera racconta di aver scritto una lettera al papa, in cui manifestò timori per l’accoglienza della propria prole nelle parrocchie e nella Chiesa, e di essere poi stato chiamato e rincuorato da Bergoglio. La narrazione si conclude sottolineando l’abbastanza ovvia adesione del papa alla dottrina cattolica. Alla testimonianza, girata nel 2019, si incastrano immagini di una messa celebrata dal pontefice a Santa Marta nel 2015, cui partecipò lo stesso Rubera e che fu l’occasione per la consegna della lettera, mentre segue, in coda, l’ormai celebre commento del papa ripreso dall’intervista del maggio 2019. Escludendo il cartello di presentazione di Rubera e una sequenza animata con foto della sua famiglia, dunque, i due minuti e mezzo del segmento mostrano tre momenti visivi diversi ma accomunati da un tema, l’omosessualità, e da una storia, l’incontro tra un padre omosessuale e Bergoglio.

Documentario Francesco di Evgeny Afineevsky; frame dei titoli di coda

Nello specifico, il commento del papa è formato da cinque frammenti video (tre inquadrature della messa a Santa Marta e due primi piani del papa tratti dall’intervista per Televisa) e almeno quattro frammenti audio:

  1. «Las personas homosexuales tienen derecho a estar en la familia»
    [Le persone omosessuali hanno diritto a stare in famiglia];
  2. «Son hijos de Dios, tienen derecho a una familia»
    [Sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia];
  3. «No se puede echar de la familia a nadie ni hacer la vida imposible por esa [categoría]»
    [Non si può allontanare nessuno dalla propria famiglia né rendere la vita impossibile a questa categoria];
  4. «Lo que tenemos que hacer es una ley de convivencia civil, tienen derecho a estar cubiertos legalmente. Yo defendí eso»
    [Quello che dobbiamo fare è una legge per le convivenze, hanno diritto a una copertura legale. Io ho difeso questo].

Al primo frammento corrisponde il primo piano del papa, come nell’intervista pubblicata da Televisa; al secondo e al terzo corrispondono due inquadrature della messa a Santa Marta del 2015; al quarto corrispondono un primo piano del papa e, nel momento in cui Bergoglio dice: «Yo defendí eso», un’inquadratura della messa a Santa Marta.

Il commento del papa

Rimontati nel documentario di Afineevsky, i primi tre frammenti audio provengono da una sola, lunga risposta data dal papa a Valentina Alazraki. Nell’intervista originale, tuttavia, l’ordine è differente. La prima frase viene pronunciata più vicina alla terza in riferimento a una risposta data dallo stesso Bergoglio tempo prima su un volo aereo; la seconda qualche momento dopo, in riferimento a un altro aneddoto simile:

Mi posero una domanda su un volo – che poi mi fece rabbia, mi fece rabbia per come un giornale la riportò – sull’integrazione in famiglia delle persone con orientamento omosessuale. E io dissi: le persone omosessuali hanno diritto a stare in famiglia. Le persone con un orientamento omosessuale hanno diritto a stare in famiglia e i genitori hanno diritto a riconoscere questo figlio come omosessuale e questa figlia come omosessuale. Non si può allontanare nessuno dalla propria famiglia né rendere la vita impossibile a questa categoria, no? Poi dissi un’altra cosa: quando si vede qualche segno nei ragazzi che stanno crescendo bisogna mandarli… Avrei dovuto dire «da un professionista» e invece mi uscì «psichiatra», no? Volevo dire «[mandarli da un] professionista» perché, a volte, ci sono segni nell’adolescenza o nella pre-adolescenza che non si sa se dipendono da una tendenza omosessuale o se è la ghiandola, il timo, che non si è atrofizzata nel giusto tempo… Vai a sapere, potrebbero essere mille cose, no? Per questo dissi «professionista». Il titolo di quel giornale: «Il Papa manda gli omosessuali dallo psichiatra». Ma non è vero! Mi fecero la stessa domanda un’altra volta e io ripetei ancora: «Sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia, eccetera». Un’altra cosa è… E mi spiegai: ho sbagliato a usare quella parola, ma volevo dire: «Quando notate qualcosa di strano…». [E loro:] «Ah, allora è strano essere…!». No, non è strano ma qualcosa fuori dal comune. No? E allora, non prendete una parolina per annullare il contesto, no? Quel che dissi in quel momento era: hanno diritto a una famiglia. E questo non vuol dire approvare gli atti omosessuali, tutt’altro.

Papa Francesco intervistato da Valentina Alazraki nel 2019 per Televisa e un frame di Francesco, il documentario di Evgeny Afineevsky
A sinistra, l’intervista del 2019 condotta da Valentina Alazraki; a destra un frame di Francesco

Il primo aneddoto risale all’agosto 2018, durante la conferenza stampa che si tenne nel volo di ritorno da Dublino, dopo l’Incontro Mondiale delle Famiglie. Il giornalista di Rome Reports Javier Romero chiese al papa di esprimersi sull’aborto e sull’omosessualità. Bergoglio rispose, innanzitutto, che si trattava di problemi da studiare attraverso le scienze e da non affrontare attraverso precetti religiosi: in quanto problema umano, l’aborto andrebbe studiato dall’antropologia, mentre l’omosessualità andrebbe indagata dalla sociologia. Per rispondere compiutamente a Romero, inoltre, disse ai padri con figlie e/o figli omosessuali di pregare, come prima cosa, e poi «non condannare, dialogare, capire, fare spazio al figlio e alla figlia, fare spazio perché si esprim[a]. […] Mai dirò che il silenzio è un rimedio. Ignorare il figlio o la figlia con tendenza omosessuale è una mancanza di paternità e maternità. […] E se voi, padre, madre, non ve la cavate, chiedete aiuto. Ma sempre nel dialogo, sempre nel dialogo. Perché quel figlio e quella figlia ha diritto a una famiglia e questa è la [sua] famiglia. Non cacciarlo via dalla famiglia. Questa è una sfida seria ma che fa la paternità e la maternità».

Anticipato dalla frase «Mi fecero la stessa domanda un’altra volta», il secondo aneddoto risale al marzo del 2019, durante l’intervista condotta da Jordi Évole per il canale televisivo spagnolo La Sexta. Qui, il papa precisava che «le tendenze non sono un peccato», perché il peccato significa mettere in pratica, attraverso il pensiero, la parola e le azioni. Se ne ricava, come vuole la dottrina cattolica, che la «tendenza omosessuale» non sarebbe un peccato in sé quando vissuta in castità. Inoltre, Bergoglio ritornava sul tema dell’accoglienza genitoriale, invitando genitori e figl* a parlare tra di loro, e rinnegava il termine «psichiatra» in luogo di «un professionista o uno psicologo». Incalzato da Évole per l’uso di parole come «strano» e «stranezza» associate all’omosessualità, oltre che per il rimando alla psicologia, il papa disse: «Per la cultura attuale, per una famiglia è strano. Per una famiglia è strano […] o qualcosa che non si comprende, qualcosa che è fuori dal normale. Non sto facendo… Non è un giudizio di valore, è un’analisi fenomenologica».

In entrambe le occasioni, così come nell’intervista per Televisa (di un mese successiva a quella condotta da Évole), con il termine «famiglia» il papa non intendeva indicare quella d’elezione delle persone omosessuali – come nel caso di Andrea Rubera – ma quella d’origine. In altri termini, Bergoglio non parlava del diritto delle persone omosessuali a costruire una propria famiglia, come si potrebbe desumere guardando Francesco, ma del «diritto» a non essere allontanate dal loro nucleo familiare d’origine. Pensava, in sostanza, alle persone omosessuali come figlie e figli, non certo come genitori o amanti; non ai legami scelti liberamente ma a quelli che, in un modo o nell’altro, sono più o meno imposti. Infatti, per il papa, al diritto «a una famiglia» si affiancherebbe il «diritto» dei genitori (pensati due, pensati eterosessuali) a riconoscere la figlia o il figlio in quanto omosessuale. Addirittura, come spiegò a Évole, se l’omosessualità non si è «fissata», i genitori avrebbero il «diritto» a consultarsi con una o un professionista perché «hanno la patria potestà e tutto quanto». D’altra parte, precisò ad Alazraki un mese dopo: il diritto «a una famiglia» non si traduce nell’approvazione degli atti omosessuali, «ni mucho menos». Riflessioni un po’ diverse da quella rappresentate nel documentario di Afineevsky.

In Francesco, infatti, l’intero discorso sviluppato in una conferenza stampa (del 2018) e due interviste (aprile e maggio ’19) viene decontestualizzato e ricontestualizzato alla luce dell’esperienza raccontata, in prima persona, da Andrea Rubera in quanto marito, ma soprattutto padre, gay – e non in quanto figlio. Nella sintesi senza riferimenti precisi, la parola «famiglia» cambia segno e sembra acquisire un significato diverso: da un implicito nucleo di due genitori di sesso diverso più prole a nucleo di due padri gay più prole. Nel lavoro di montaggio del documentario, cioè, mutano e vengono risignificate non soltanto la posizione – diciamo politica – del papa, ma anche le relazioni familiari delle e tra le persone omosessuali. Se Rubera è un uomo gay adulto, marito e padre, che si è autodeterminato e ha creato nuovi rapporti affettivi (e persino giuridici, quando riconosciuti), le persone omosessuali immaginate, in origine, da Bergoglio sono adolescenti e pre-adolescenti rifiutat* dalla famiglia la cui prospettiva di scelta e di autodeterminazione si fermerebbe al coming out.

Inoltre, se in Francesco il papa sembra parlare di persone omosessuali adulte in merito alle loro libere scelte di vita, al centro del discorso sviluppato tra il 2018 e il 2019 c’erano i genitori, pensati eterosessuali, più che le stesse e gli stessi adolescenti omosessuali. Nel ragionamento originale, cioè, senza una reale autonomia, lesbiche e gay dipendono di fatto da scelte altrui – persino, ci viene detto, dalla vetusta «patria potestà» quando molto giovani – e la sola possibile azione loro accordata è, come detto, il coming out (sempre che non si ritrovino una ghiandola infiammata, va da sé). Detta in forma interrogativa, come si può agire il diritto a restare nella famiglia d’origine? Al contrario del «diritto» accordato ai genitori (pensati due, pensati eterosessuali), ossia quello a riconoscere le proprie figlie e i propri figli in quanto lesbiche e gay, che si potrebbe anche non agire evidentemente, le persone omosessuali non potrebbero fare granché, se non arrischiarsi in un coming out all’interno di contesti omofobi. In definitiva, lo slittamento di senso operato in Francesco dipende, certo, dalla ri-manipolazione dei frammenti audio di un’intervista più lunga e più complessa, ma anche da un montaggio che, alle parole del papa, anticipa la testimonianza di un uomo gay, marito e padre. La presenza di Rubera, in questo modo, crea un inaspettato scarto interpretativo: è l’irruzione dell’autodeterminazione di una persona omosessuale in un discorso che non l’aveva prevista.

Il papa pensava alle persone omosessuali come figlie e figli, non certo come genitori o amanti; non ai legami scelti liberamente ma a quelli che, in un modo o nell’altro, sono più o meno imposti. La presenza di Andrea Rubera in Francesco, invece, crea un inaspettato scarto interpretativo: è l’irruzione dell’autodeterminazione di una persona omosessuale in un discorso che non l’aveva prevista.

«Esta guerra no es vuestra sino de Dios»

Il segmento sull’omosessualità si conclude con il primo piano del papa che afferma il diritto, per le persone omosessuali, ad avere tutele giuridiche nelle loro relazioni affettive. Mentre lo schermo mostra un’inquadratura della messa a Santa Marta del 2015, il papa aggiunge in voce off: «Yo defendí eso». Il significato appare a suo modo limpido in Francesco: le persone omosessuali sono figlie di dio, hanno diritto a una famiglia e, dunque, bisogna fare – dobbiamo fare – una legge sulle convivenze o sulle unioni civili, così da dare copertura giuridica alle coppie. Il Bergoglio ritratto da Afineevsky avrebbe «difeso» tutto questo. Ma da chi? E quando? E come? Il film non ce lo dice. Con una qualche dose di ingenuità, si potrebbero trovare risposte a partire dalla testimonianza di Rubera, come se, cioè, il papa abbia poi dato la sua versione di quell’incontro del 2015, anno in cui l’Italia discuteva la legge sulle unioni civili. Quasi che, dopo essersi interrogato, abbia preso posizione in difesa delle persone omosessuali e delle loro famiglie elettive.

Nell’intervista originale del 2019, tuttavia, la frase «Yo defendí eso» potrebbe non seguire immediatamente l’eventuale supporto alle convivenze (o alle unioni civili) per coppie formate da persone dello stesso sesso e derivare, invece, da un ragionamento preciso e diverso. Potrebbe darsi, dunque, che l’oggetto delle difese di Bergoglio sia da intendersi altrimenti. Il problema è che non siamo in grado di dirlo perché l’intero frammento non è mai stato pubblicato, non in forma scritta né video né audio, nonostante faccia parte dell’intervista condotta da Alazraki più volte utilizzata in Francesco. Secondo il portavoce di Televisa, Ruben Acosta Montoya, lo stesso Vaticano avrebbe rimosso questa riflessione del papa durante la consegna del filmato al gruppo televisivo messicano. È probabile che Evgeny Afineevsky sia riuscito a visionare il filmato integrale dell’intervista negli archivi vaticani e abbia successivamente deciso di utilizzare il materiale inedito. Non potendo porre il significato delle parole del papa nel loro contesto originale, rimane il solo campo delle ipotesi.

Come confermato in modo sibillino a tutti i nunzi apostolici attraverso una nota della Santa Sede, la frase sulle convivenze si inserisce all’interno dello scambio fra Bergoglio e Alazraki sull’opposizione del papa al matrimonio egualitario in Argentina, lì dove è evidente un taglio brusco di montaggio; non l’unico taglio dell’intervista, certamente, ma sicuramente tra i più vistosi. Le uniche parole rimaste nel video originale sono queste: «Ho sempre difeso la dottrina. […] Parlare di matrimonio omosessuale è una incongruenza». Effettivamente, nel 2010, durante la discussione sul matrimonio egualitario in Argentina, quando era cardinale e arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio non si sottrasse dal prendere posizione in quella che definì la «guerra di Dio». Nelle celebri parole scritte in una lettera indirizzata alle monache di quattro monasteri carmelitani, ma trapelate sulla stampa argentina, il matrimonio egualitario veniva accostato nientemeno che all’opera del demonio: «Che non siamo ingenui: non si tratta di una semplice lotta politica. È la pretesa di distruggere il piano di Dio. Non si tratta di un mero progetto di legge (che è solo lo strumento) ma di una «mossa» del padre della menzogna, il quale vuole, con forza, confondere e ingannare i figli di Dio».

Tra il 2009 e il 2010, infatti, Bergoglio si fece soldato per combattere, prima, la strategia giudiziaria condotta dalla Federación Argentina LGBT (FALGBT) – che spingeva per il matrimonio egualitario più che per le unioni civili, sulle quali, invece, già da tempo lavorava la Comunidad Homosexual Argentina (CHA) – e, dopo, per combattere la proposta di legge voluta dal governo di Cristina Kirchner. Pur sottraendosi dall’intervenire direttamente in pubblico, l’allora cardinale non fece mancare il suo sostegno alla manifestazione del 13 luglio 2010 indetta dal Departamento de Laicos de la Conferencia Episcopal Argentina, dove fu letta la missiva indirizzata a Justo Carbajales, direttore del DepLai. L’attuale papa scrisse a Carbajales, con parole che suonano simili a pronunce successive che fecero il giro del mondo: «So – perché me lo hai spiegato – che non sarà un atto contro nessuno, dato che non vogliamo giudicare coloro che pensano e sentono in modo diverso. Tuttavia, […] sosteniamo chiaramente che non si può rendere eguale ciò che è diverso. […] L’approvazione del progetto di legge in discussione significherebbe un reale e grave regresso antropologico». Aggiunse, poi, con la calma del generale che ha già contemplato contrattacchi e costruito strategiche difese: «Distinguere non vuol dire discriminare, ma rispettare; differenziare per discernere significa valutare con criterio, non discriminare. In un tempo in cui enfatizziamo la ricchezza del pluralismo e la diversità culturale e sociale, risulta contraddittorio minimizzare le differenze umane fondamentali».

Il cielo e la terra

Sempre nell’anno 2010, fu pubblicato per la prima volta Sobre el cielo y la tierra, tradotto in italiano tre anni più tardi. Il testo è un dialogo tra Jorge Bergoglio e il rabbino Abraham Skorka, amico di lunga data e una delle principali voci in Francesco. Nel quindicesimo capitolo, intitolato «Sul matrimonio fra persone dello stesso sesso» [pp. 106-112], Bergoglio e Skorka si interrogano sul matrimonio egualitario a partire, anche, dall’esplicito posizionamento del rabbino: «Le coppie conviventi dello stesso sesso sono un dato di fatto oggettivo e hanno diritto a una soluzione legale di problemi quali la pensione, l’eredità, ecc. (che potrebbero inquadrarsi in una figura giuridica nuova), ma equiparare la coppia omosessuale a quella eterosessuale è un’altra cosa». Nei suoi interventi, il futuro papa rimanda l’intero tema all’antropologia e alla sociologia, mettendo in ombra la base religiosa del discorso. Con uno sguardo tenuto saldo nel tempo e riaffermato sul volo di ritorno da Dublino nel 2018, Bergoglio disse:

Sappiamo che durante alcuni cambiamenti epocali il fenomeno dell’omosessualità registrava una crescita. Ma nella nostra epoca è la prima volta che si pone il problema giuridico di assimilarla al matrimonio, cosa che giudico un disvalore e un regresso antropologico. Uso queste parole perché il tema trascende la questione religiosa, è prettamente antropologico. Di fronte a un’unione privata, non c’è un terzo o una società danneggiati. Se invece le si attribuisce la categoria di matrimonio e le si dà accesso all’adozione, ciò implica il rischio di danneggiare dei bambini. Ogni individuo ha bisogno di un padre maschio e una madre femmina che lo aiutino a plasmare la propria identità. […] Insisto, la nostra opinione sul matrimonio fra persone dello stesso sesso non ha un fondamento religioso, ma antropologico. […] Ripeto, non ho mai usato parole irriguardose nei confronti degli omosessuali, mi sono limitato a porre l’accento su una questione legale.

Jorge Bergoglio e Abraham Skorka, Il cielo e la terra, Milano, Mondadori, 2013; pp. 109-110

Regresso antropologico, tema prettamente antropologico, fondamento antropologico, problema giuridico, unione privata, questione legale: queste parole sembrano spiazzare i toni religiosi che contrassegnarono la lettera alle monache carmelitane del soldato di dio. Senza usare sfacciati toni confessionali, nel dialogo con Skorka, Bergoglio definisce persino il matrimonio come «istituzione millenaria […] forgiata in accordo con la natura e l’antropologia». È un linguaggio laico, adatto alla società secolarizzata in cui le e i fedeli hanno smesso di seguire pedissequamente la dottrina cattolica, i costumi sono cambiati e i diritti allargati. Riconosceva Bergoglio a Skorka: «Cinquant’anni fa il concubinato non era comune quanto adesso. Era un termine chiaramente dispregiativo. Poi le cose sono cambiate. Oggi convivere prima di sposarsi, sebbene non sia giusto dal punto di vista religioso, non ha più il peso sociale negativo di cinquant’anni fa. È un fatto sociologico che non ha senz’altro la pienezza né la grandezza del matrimonio, istituto millenario degno di essere difeso. Ecco perché abbiamo lanciato un monito sulla sua possibile svalorizzazione» [p. 108].

In questa argomentazione che anticipa le osservazioni sull’omosessualità e sulle unioni tra persone dello stesso sesso, Bergoglio sembra minimizzare la posizione e anche il ruolo della Chiesa cattolica nello stigma e nelle scarse tutele delle convivenze in alcuni paesi occidentali, facendone piuttosto questione terminologica. Allo stesso tempo, ammette che le religioni hanno perso il controllo della morale e che è diminuito il loro potere rispetto alle scelte compiute dalle persone. La Chiesa può reputare errate le scelte di convivenza pre-matrimoniale, ma evidentemente non incide più sulle libere scelte: la società è cambiata, fino al punto di modificare la percezione di certi fenomeni. D’altra parte, osservava lo stesso cardinal Bergoglio nel tentativo di riportare i valori nel campo religioso: «La Chiesa difende l’autonomia delle questioni umane. Una sana autonomia corrisponde a un sano laicismo, dove le rispettive competenze vengono rispettate. […] La Chiesa indica i valori, gli altri si occupino del resto» [p. 128].

Se, dunque, c’è da irrigidire, cristallizzare la diversità al fine di «valutare con criterio» e contrastare, da un lato, l’eguaglianza e, dall’altro, l’aperta discriminazione; se il «concubinato» è vissuto con serenità nonostante la disapprovazione della religione; se il tema dell’omosessualità è da porre in termini antropologici e sociologici più che religiosi; se il matrimonio tra persone dello stesso sesso è una «incongruenza»; se a occuparsi «del resto» devono essere «gli altri», allora, forse, davanti alla richiesta di diritti avanzata da una parte della società, diviene addirittura possibile accettare un istituto ad hoc come quello delle unioni civili. Negli anni Duemila, come ricordavo in precedenza, i movimenti LGBTIQ+ argentini erano lungi dall’arrendersi e dal fermarsi. Anzi, andavano rafforzandosi dopo la regolamentazione delle unioni civili in alcune parti del paese e dopo l’entrata in vigore della legge sul matrimonio egualitario in Spagna, evento che aveva ispirato la nascita della FALGBT e la lotta nelle aule giudiziarie. A conoscenza di tutto questo, come poteva agire lo stesso arcivescovo di Buenos Aires che, in dialogo con Skorka, si scagliava contro il fondamentalismo religioso?

Parte II

«Yo defendí eso»

Nel febbraio 2011, la commissione esecutiva della Conferenza Episcopale Argentina (CEA) fu ricevuta in Vaticano dall’allora segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone e poi, per circa una mezz’ora, da papa Benedetto XVI. Il viaggio nasceva dalla necessità di spiegare, senza mediazioni, i dissapori interni alla CEA e, soprattutto, il fallimento rispetto a una legge che aveva reso possibile – per la prima volta in un paese dell’America Latina, in un paese cattolicissimo per di più – il matrimonio e le adozioni alle persone omosessuali. La stampa argentina parlò di una linea moderata tenuta dall’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, in contrasto con una linea dura tenuta dall’arcivescovo di La Plata, Héctor Aguer. Secondo i giornali, pur di salvare il matrimonio come unione esclusivamente tra un uomo e una donna, Bergoglio era disposto ad accettare una soluzione di compromesso, dunque a cedere a un «male minore» rappresentato da una legge sulle unioni civili o sulle convivenze. Diversamente, Aguer era intransigente, contrario a ogni possibile mediazione davanti a quello che, ai suoi occhi, si presentava come un attacco ai cosiddetti principi o valori «non negoziabili»; per lui, Bergoglio avrebbe dovuto usare parole più dure e più nette, intervenendo pubblicamente a favore delle manifestazioni di piazza. Così, anche in vista delle elezioni presidenziali di ottobre e del cambio di presidenza della conferenza episcopale, a Roma volarono il presidente della CEA Bergoglio, i due vicepresidenti Luis Héctor Villalba e José María Arancedo e il segretario generale Enrique Eguía Seguí. Non si è mai saputo, con certezza, quel che accadde durante gli incontri con Bertone e Joseph Ratzinger.

La dirigenza della CEA e Joseph Ratzinger in un incontro del 2007

Nel giorno dell’inaugurazione del pontificato di papa Francesco, il 19 marzo 2013, il New York Times pubblicò un articolo destinato a lasciare traccia, sollevando molte smentite e altrettante conferme: «On Gay Unions, a Pragmatist Before He Was a Pope» [Sulle unioni gay, un pragmatico prima di essere papa], a firma di Simon Romero and Emily Schmall. Ribadendo quanto scritto in Argentina, Romero e Schmall sostenevano che effettivamente, durante il dibattito del 2010 sul matrimonio egualitario, il cardinal Bergoglio propose ai vescovi argentini di appoggiare una legge sulle unioni civili. Anche il biografo ufficiale dell’ormai papa, Sergio Rubin, suffragava l’ipotesi e precisava che, per Bergoglio, si trattava di una strategia verso il «male minore», orientata a dialogare nel più ampio modo possibile con il resto della società. Secondo tale ricostruzione, la proposta di Bergoglio fu votata ma bocciata dalla maggioranza dell’episcopato argentino. Il 22 marzo successivo, contattato dal sito Catholic News Agency, il direttore della Agencia Informativa Católica Argentina (AICA), Miguel Woites, dichiarava che non andò affatto così. Per lui, né Rubin né Romero e Schmall avevano portato evidenze concrete a supporto delle loro affermazioni. Tuttavia, Woites ipotizzava a sua volta, senza avanzare prove certe: «Probabilmente [Bergoglio] si riferiva alle convivenze (eterosessuali), ma niente che si dovesse regolare giuridicamente». Il 12 aprile, in un lungo articolo per la testata National Catholic Reporter, il vaticanista John L. Allen Jr. smentiva Woites, difendendo invece la teoria pubblicata dal New York Times. Almeno tre fonti argentine e un funzionario della conferenza episcopale avevano confermato ad Allen che Bergoglio, nel 2010, si batté su due fronti, quello pubblico contro il matrimonio egualitario e quello interno per il compromesso sulle unioni civili.

Alla luce di quella che, nel tempo, è diventata una rincorsa alla testimonianza sul pensiero del papa rispetto alle unioni tra persone dello stesso sesso – terminata, si può dire, nell’ottobre 2020 con le conferme date sia dall’attuale arcivescovo di La Plata, Víctor Manuel Fernández, sia dal suo predecessore, Héctor Aguer – diventa più comprensibile la frase «Yo defendí eso» detta a Valentina Alazraki, almeno per il contesto. Anche qui, Bergoglio provava a chiarire elementi confusi e fumosi. Nell’intervista per Televisa del 2019, volendo rispondere all’opinione secondo cui, come arcivescovo di Buenos Aires, era considerato un conservatore mentre ora, da papa, viene ritenuto più liberale, è plausibile pensare che Bergoglio abbia raccontato ad Alazraki la sua opposizione al matrimonio egualitario in Argentina e, contemporaneamente, dato una spiegazione sulla sua posizione in favore delle unioni civili come compromesso e male minore, cioè la linea seguita in contrasto con Aguer. Ed è altrettanto plausibile supporre che, nel pezzo tagliato dal Vaticano, ma visionato da Evgeny Afineevsky e poi inserito in Francesco, queste parole di giustificazione, come le altre sul diritto a una famiglia, fossero destinate non tanto alle persone omosessuali, quanto, invece, alle e ai fedeli (eterosessuali); non un’apertura ai diritti e alle coppie formate da persone dello stesso sesso, piuttosto un chiarimento, con le mani avanti, volto a illuminare il terreno perduto della Chiesa cattolica e, mostrato quello, amaramente discolparsi: yo defendí eso, non potevo fare nient’altro, non potevo fare che questo.

Alazraki e Bergoglio - Intervista maggio 2019
Valentina Alazraki e Jorge Mario Bergoglio in un momento dell’intervista del maggio 2019

D’altronde, lanciato come esempio proprio dalla giornalista ma subito colto, il matrimonio egualitario ben si presta a una discussione sul posizionamento politico di Bergoglio nell’epoca della secolarizzazione, soprattutto se si tiene in conto il lungo lavoro di contrasto «senza se e senza ma» ai movimenti e ai diritti LGBTIQ+ condotto prima da Karol Wojtyła, poi da Joseph Ratzinger, quest’ultimo sia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede sia come papa. In una lunga intervista rilasciata al direttore de La Civiltà Cattolica, Antonio Spadaro, e pubblicata sulla rivista il 19 settembre 2013, a proposito dell’omosessualità Bergoglio dichiarava – ancora una volta, non l’ultima – di far sue le parole del Catechismo; quel Catechismo che, come disse il precedente 28 luglio durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro dopo la chiusura delle Giornate Mondiali della Gioventù, «spiega in modo tanto bello» l’omosessualità distinta dalla persona, la quale non va giudicata se cerca dio e ha buona volontà (se, cioè, vive in castità senza peccare né con il pensiero né con la parola né con le azioni). Immediatamente dopo, Bergoglio precisava a Spadaro che «la religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente» ma che, dato il libero arbitrio, «l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile». Aperto lo spiraglio moderno e gesuita, sosteneva di essere stato rimproverato per non aver parlato molto di aborto, matrimonio egualitario e contraccezione – forse un rimando alle polemiche interne vissute in Argentina – e aggiungeva: «Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione» [pp. 463-464].

Diversamente da Karol Wojtyła e da Joseph Ratzinger, Bergoglio non ripete in continuazione che, per la Chiesa cattolica, le relazioni omosessuali sono «gravi depravazioni» e gli atti omosessuali «intrinsecamente disordinati», oltre che «contrari alla legge naturale», tanto da non poter essere approvati «in nessun caso» [Catechismo della Chiesa Cattolica, 2357]. Anzi, questi passaggi vengono ogni volta taciuti e rimandati, quasi non fossero altro che note a piè di pagina: «il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce», diamolo per assodato. Piuttosto, Bergoglio preferisce sottolineare la parte successiva, quella in cui il Catechismo afferma che le persone omosessuali – la cui «inclinazione» resta «oggettivamente disordinata» e, dunque, una prova da superare in castità – «devono essere accolt[e] con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» [2358]. Dove la giusta discriminazione, parafrasando le parole di Bergoglio indirizzate a Carbajales, significa imporre criteri di valutazione al fine di differenziare e discernere, magari impedendo l’accesso ad alcuni diritti e, sia chiaro, all’eguaglianza.

Il reframing del contesto «positivo»

Chiesa e omosessualità, Un'inchiesta alla luce del magistero di papa Francesco

Nell’epoca di papa Francesco, questo spirito di accogliente discriminazione riecheggia nelle parole di Luciano Moia, caporedattore del quotidiano cattolico Avvenire. Nel testo Chiesa e omosessualità: Un’inchiesta alla luce del magistero di papa Francesco [Edizioni San Paolo, 2020], su impulso del nuovo corso di Bergoglio, Moia scrive che i pensatori cattolici hanno «il dovere di depurare dalle scorie del passato, in un abbraccio rinnovato di misericordia e fraternità». Ci tiene a precisare, tuttavia, che questo «[n]on vuol dire azzerare i punti caratterizzanti dell’antropologia cristiana su matrimonio e famiglia e neppure stabilire equiparazione [sic] che appaiono fuori luogo. Come non vuol dire accogliere le istanze più sguaiate e talvolta più sgradevoli di una tendenza oltranzista che vorrebbe imporre le rivendicazioni LGBT come fatto assodato perché ormai parte del comune sentire. Non è così». D’altra parte, sulle colonne di Avvenire del 23 ottobre 2020, a due giorni dalla presentazione di Francesco alla Festa del cinema di Roma, lo stesso Moia ha scritto che «la capacità di rinnovamento e di testimonianza» della Chiesa sarebbe attestata dal lungo cammino «sulla strada della comprensione» [p. 7]. Un cammino che, secondo il caporedattore di Avvenire, dalla «severità» delle torture, dei roghi e delle condanne a morte è giunto fino all’«accoglienza» della Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, firmata da Joseph Ratzinger in quanto prefetto della Congregazione per la dottrina della fede; la stessa lettera dell’ottobre di trentaquattro anni fa, cioè, in cui venne scritto, tra le altre cose:

Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. […] Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano.

La strada dell’«accoglienza» e dell’«integrazione» che, per Moia, la Chiesa cattolica avrebbe intrapreso con maggiore decisione sotto il pontificato di Bergoglio, diretta concretizzazione del Concilio Vaticano II, è ancora giocata sull’ambiguità di messaggi resi stranamente coerenti. Detta diversamente, sembra più un patteggiamento che genuina apertura, quasi un’operazione di reframing sorretta in modo ossessivo da avverbi come «tuttavia» e da proposizioni avversative. Verrebbe da dire che, dalle posizioni «senza se e senza ma», si è giunti agli attuali molti «se» e altrettanti «ma». Il già citato Víctor Manuel Fernández, attuale arcivescovo di La Plata, può forse aiutare a chiarire con una sintesi efficace. Riprendendo e provando a spiegare una frase usata da Bergoglio nel dialogo con Spadaro, «Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto», disse nella lunga intervista rilasciata al giornalista de La Repubblica Paolo Rodari, poi pubblicata con il titolo Progetto di Francesco: Dove vuole portare la Chiesa [EMI, 2014]:

Quando la Chiesa parla eccessivamente di questioni filosofiche o della legge naturale, lo fa presumibilmente per poter dialogare su temi morali con il mondo non credente. Tuttavia, così facendo, da un lato non convinciamo nessuno con argomentazioni filosofiche di altri tempi, e dall’altro perdiamo l’opportunità di annunciare la bellezza di Gesù Cristo, di far «ardere i cuori». […] Tuttavia ci dev’essere anche un contesto vicino che è sempre qualcosa di positivo rispetto a ciò che si sta teorizzando o proponendo. Per esempio, non giova molto parlare contro il matrimonio omosessuale, perché la gente tende a vederci come se fossimo dei risentiti, dei crudeli, persone poco comprensive o addirittura esagerate. Un’altra cosa è quando parliamo della bellezza del matrimonio e dell’armonia che si crea nella differenza risultante dall’alleanza tra un uomo e una donna, e in questo contesto positivo emerge, senza quasi doverlo far notare, quanto sia inadeguato usare lo stesso termine e chiamare «matrimonio» l’unione di due persone omosessuali.

Il progetto di Francesco, dove vuole portare la Chiesa

La vera novità del pensiero della Chiesa sotto la guida di Bergoglio è, forse, proprio l’accettazione consapevole della distanza che separa molte persone dalla dottrina. Se la prospettiva resta sostanzialmente immutata, quel che bisogna cambiare è allora il modo di proporla, smettendo di suonare un vecchio arrangiamento d’altri tempi. Per Fernández, il contesto «positivo» dentro cui la proposta o la teoria si dovrebbero muovere serve a occultare o ribaltare la percezione diffusa di risentimento e crudeltà, di esagerazione e incapacità di comprensione. L’obiettivo dichiarato è convincere le persone, ribadendo quella che è sempre stata – e resta tutt’oggi – la norma sociale. E convincerle «senza quasi doverlo far notare», nonostante si faccia parte delle stesse istituzioni che quella stessa norma hanno contribuito a costruire. Seguendo la strategia del contesto «positivo» delineata da Fernández, uno tra i presupposti necessari è la neanche troppo implicita cancellazione delle voci politiche che usano argomenti diversi e contrari alla presunta, idealizzata, irraggiungibile, naturalizzata e politicizzata armonia del matrimonio tra due persone eterosessuali. In altri termini, questa operazione di reframing sorretta da proposizioni avversative e contesti «positivi» (che necessitano di occultamento e silenziamento) non è un semplice cambio d’immagine per adattarsi alla società secolarizzata, ma il tentativo di riconquista dell’autorità morale nel nome della stessa laicità, del potere di discriminazione nel nome delle differenze umane.

I valori e i diritti

In un’intervista rilasciata al giornalista Ferruccio de Bortoli e pubblicata sul Corriere della Sera il 5 marzo 2014, Bergoglio sostenne di non aver mai compreso l’espressione «valori non negoziabili», refrain del precedente pontificato. Precisò: «I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano esser valori negoziabili». Se, da una parte, il papa allargava il significato dell’espressione accentuandone una vulnerabilità, ossia quell’implicito per cui vi è una gerarchia dove, al fondo, sono posti valori negoziabili, dall’altra ne addolciva l’uso attraverso la negazione dell’aggettivazione, mettendo il silenziatore a un’arma retorica affinata per «l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica», usata volentieri contro l’aborto, l’eutanasia, i matrimoni tra persone dello stesso sesso, l’educazione sessuale nelle scuole. Alla successiva domanda sulle unioni civili, dunque, Bergoglio non lanciò anatemi ma si limitò a una descrizione apparentemente distaccata: «Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall’esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l’assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di varia natura, di cui non saprei elencare le diverse forme. Bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà». In un qualche modo, in entrambe le risposte riecheggiano le valutazioni lasciate per iscritto ne Il cielo e la terra: «La Chiesa indica i valori, gli altri si occupino del resto».

Nel reframing del contesto «positivo», Bergoglio riafferma il valore non negoziabile del matrimonio, inteso come unione tra due persone di sesso diverso, posto ora all’interno di un più ampio ventaglio di valori ugualmente non negoziabili. Allo stesso tempo, riconosce lo spazio di manovra degli stati, prendendo atto dei cambiamenti sociali e dell’età dei diritti. È la posizione condivisa anche da José María Arancedo che sostituì Bergoglio alla presidenza della Conferenza episcopale argentina. Disse nel 2012 al giornalista de La Nación Pablo Sirvén: «Lo stato può riconoscere un’unione civile con tutti i diritti, però la Chiesa difenderà sempre il matrimonio tra un uomo e una donna aperto alla vita in un contesto di stabilità. La società civile può concedere a due persone dello stesso sesso di trasferirsi reciprocamente i diritti, ma questa cosa non si può equiparare al matrimonio. Per questo alcuni si domandano se non sia giunto il momento di ritenere sufficiente il solo matrimonio religioso e non aver più bisogno di sposarsi civilmente». Data questa cornice, diviene forse più comprensibile il ricorso proprio al lessico dei diritti da parte di Bergoglio («hanno diritto a una copertura legale») nell’intervista del 2019 condotta da Valentina Alazraki. È, d’altronde, la stessa cornice strategica impiegata durante il lungo dialogo avuto con il sociologo Dominique Wolton, poi tradotto e pubblicato in Italia con il titolo Dio è un poeta [Rizzoli, 2018]. Anche in quel caso, Bergoglio incastrò il tema del matrimonio in mezzo a riflessioni sulla tradizione, la modernità e la secolarizzazione, senza risparmiare critiche alla cosiddetta «ideologia gender» e all’«ideologia dell’uguaglianza». Per il papa, poiché bisogna tenere separate «l’evoluzione della tradizione, la comprensione pastorale» e «la confusione riguardo alla natura delle cose», «[n]on c’è altra via» che distinguere l’unione civile come unione tra persone dello stesso sesso e il matrimonio come unione tra due persone di diverso sesso.

Sorretta da proposizioni avversative e da contesti «positivi», questa operazione di reframing non è un semplice cambio d’immagine per adattarsi alla società secolarizzata, ma il tentativo di riconquista dell’autorità morale nel nome della stessa laicità, del potere di discriminazione nel nome delle differenze umane.

Sempre a partire dalla secolarizzazione, poi, nel 2016 due giornalisti di La Croix chiesero a Bergoglio come i cattolici potessero difendere i propri convincimenti su questioni come l’eutanasia e il matrimonio egualitario. Il papa rispose a Guillaume Goubert e Sébastien Maillard: «È il parlamento che deve discutere, argomentare, spiegare, ragionare su questi temi. È in questo modo che cresce una società. Tuttavia, quando una legge viene adottata, lo stato deve rispettare le coscienze. Il diritto all’obiezione di coscienza deve essere riconosciuto in ogni struttura giuridica, perché è un diritto umano. E lo è anche per un funzionario di governo, il quale è una persona umana. Lo stato deve anche rispettare le critiche. Questa è una vera laicità. Non si possono spazzare via gli argomenti dei cattolici dicendo loro: «Parlate come un prete». No, loro si fondano sul pensiero cristiano […]». Rispetto all’obiezione di coscienza in relazione ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, Bergoglio impiegò le stesse parole già nel settembre 2015 durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dagli Stati Uniti. Infatti, con una certa, pedante insistenza replicò alla domanda posta dal giornalista Terry Moran: «[P]osso dire che l’obiezione di coscienza è un diritto! E [ri]entra in ogni diritto umano. È un diritto. Se una persona non permette di esercitare l’obiezione di coscienza, nega un diritto. In ogni struttura [giuridica] deve entrare l’obiezione di coscienza, perché è un diritto. Un diritto umano. Altrimenti finiamo nella selezione dei diritti: questo è un diritto di qualità, questo è un diritto di non qualità… È un diritto umano. […] È un diritto umano. Se il funzionario di governo è una persona umana, ha quel diritto. È un diritto umano».

Nell’età dei diritti e della secolarizzazione, Bergoglio smorza i toni duri e gli anatemi che hanno portato le persone a percepire la Chiesa come distante e crudele, cercando di tenere saldi i valori di un’autorità morale in declino e spingendo per un diverso spazio giuridico delle preoccupazioni cattoliche. L’operazione di reframing del contesto «positivo» serve, si potrebbe dedurre, a porre nuove basi per una laicità orientata cattolicamente, una potestas indirecta camuffata da dialogo aperto con le società in cui sono mutati i riferimenti e cambiati costumi e sentire comune. È, d’altra parte, la stessa direzione in cui si inserisce il rovesciamento operato da Arancedo quando, di ritorno da Roma nel febbraio 2011, raccontò a El Litoral l’incontro tra l’allora papa Benedetto XVI e la dirigenza della Conferenza episcopale argentina. Ribadendo quanto da lui sostenuto già nel 2009 e nel 2008 sul matrimonio e le unioni civili, Arancedo disse al giornale di Santa Fe rispetto all’ormai vigente legge in Argentina: «Fingere che tutto si equivalga è un errore da un punto di vista culturale ed educativo, perché la legge ha anche un valore pedagogico. Credo che alla nostra classe politica sia mancato l’alto livello culturale per definire tutto questo, perché avevano alternative per affrontare questo problema senza discriminare né ledere diritti, ma anche senza mescolare le cose. Credo sia mancata la serenità». Con il tentativo di riempire di significato cattolico lo spazio secolarizzato, Arancedo rimpiazzava così la bussola dell’eguaglianza, valore condiviso con gli stati laici quando si fa appello all’essere «figli di Dio», con la bussola della «giusta» discriminazione, definitivamente considerata superiore, «l’alto livello» di una precisa cultura: quella cattolica. Ma può, davvero, l’accesso ai diritti fondamentali essere subordinato a, e persino ricavato da, una contorsione discriminatoria proprio sul concetto di eguaglianza?

Quali unioni civili?

Nel pezzo tagliato dall’intervista per Televisa e recuperato da Evgeny Afineevsky, Bergoglio afferma, per la prima volta da papa e per la prima volta pubblicamente, di aver «difeso» una legge sulle unioni civili mentre l’Argentina del 2010 discuteva di matrimonio egualitario. In un pezzo pubblicato il 21 ottobre 2020 sulle pagine online del quotidiano Clarín, il biografo del papa Sergio Rubin ha ribadito che «non si trattò di una mera strategia politica, ma di un convincimento per cui, poiché le coppie omosessuali sono una realtà, devono avere la possibilità di accedere a una serie di benefici». È la stessa cornice interpretativa che ha portato a etichettare le parole del papa come «rivoluzionarie», nonostante la chiusura sui matrimoni tra persone dello stesso sesso. Eppure, al di là del convincimento personale o della strategia di compresso, se le leggi che regolano e tutelano le convivenze devono essere valutate caso per caso dalla Chiesa, come disse Bergoglio a de Bortoli, quale proposta fu difesa dall’arcivescovo di Buenos Aires nel 2010? Con quali limiti? A questa domanda ha risposto l’attivista e giornalista Bruno Bimbi il 28 ottobre 2020 sulle pagine del sito di TN. Già autore di un libro interamente dedicato alla strategia portata avanti dalla FALGBT, Matrimonio Igualitario [Planeta, 2010], Bimbi riavvolge il nastro per raccontare il contesto preciso dentro cui leggere il dibattito intorno alla legge argentina.

Bimbi indica la proposta avanzata dall’allora senatrice Liliana Negre de Alonso, soprannumeraria dell’Opus Dei, come la legge «difesa» da Bergoglio. Al fine di bloccare l’introduzione del matrimonio egualitario in Argentina e compattare le voci contrarie, Negre de Alonso elaborò un testo alternativo che regolava le unioni civili, una specie di testo unico fondato su altre proposte depositate in parlamento. La stessa ex-senatrice ha raccontato più volte quei momenti e la sua testimonianza diretta è stata anche pubblicata in alcuni libri dedicati a papa Francesco. Per esempio, in Tempo di Misericordia [Mondadori, 2014] del giornalista cattolico Austen Ivereigh, Negre de Alonso ricordava: «Il fatto che Bergoglio capisse la necessità di una proposta alternativa e ci sostenesse ci è stato di grande conforto. […] Con grande sforzo riuscimmo a trovare l’accordo per una legge sulle unioni civili che offrisse benefici pratici, ma lasciasse le norme giuridiche sul matrimonio intatte. All’epoca cercai il consiglio di molte persone, tra cui il cardinale. Mi telefonò a casa e disse: È sulla strada giusta».

Nella proposta unificata di Negre de Alonso, i diritti riconosciuti erano talmente contenuti e ridotti da sembrare, per l’attivismo LGBTIQ+ argentino, non soltanto una mossa regressiva e discriminatoria, ma un’autentica provocazione. Infatti, le unioni civili pensate dall’ex-senatrice avrebbero creato, ovviamente, un registro a parte; non avrebbero permesso, senza espresse disposizioni testamentarie, l’accesso all’eredità in caso di morte di una delle due persone; avrebbero obbligato a un accordo specifico tra le parti per ottenere, alla morte di una delle due, la pensione di reversibilità; avrebbero escluso ogni possibilità di filiazione e di riconoscimento genitoriale, ponendo un divieto espresso per le adozioni, di qualsiasi tipo, e per le tecniche di riproduzione, nonostante in Argentina fossero già tutte consentite alle e ai single; non potendo richiedere alcun tipo di adozione, neanche quella co-parentale, non sarebbero stati riconosciuti i rapporti tra un genitore (non «biologico») e l’eventuale prole. Con queste regole, in sostanza, le coppie formate da persone dello stesso sesso avrebbero perso, proprio per il fatto di essere una coppia unita civilmente, diritti già riconosciuti dalla giurisprudenza in seguito a specifiche azioni legali. La più plateale provocazione, però, era l’articolo 24 che garantiva il «diritto all’obiezione di coscienza a qualsiasi persona che dovesse intervenire in atti giuridici o amministrativi connessi alle norme della presente legge». L’obiezione di coscienza – che, per papa Francesco, deve entrare in ogni struttura giuridica – fu una delle ragioni di massima indignazione nei confronti della proposta di Negre de Alonso.

Los mismos derechos con los mismos nombres
Lo spezzone della FALGBT alla Marcha del Orgullo di Buenos Aires, 2007

Davanti alle dichiarazioni di Bergoglio rese pubbliche nel documentario di Afineevsky, la FALGBT+ ha sottolineato che, sebbene possa essere un sollievo per le persone omosessuali in molti paesi del mondo, la strategia di papa Francesco serviva a evitare il matrimonio egualitario e l’eguaglianza ricorrendo, tuttavia, al lessico dei diritti. Rilanciando lo storico slogan ampiamente usato nel 2010, ossia «Gli stessi diritti con gli stessi nomi», la FALGBT+ ha scritto il 21 ottobre 2020 su Facebook: «Per la Federación Argentina LGBT+, la legge sulle unioni civili è una legge di «Apartheid», che perpetua la discriminazione e la violenza contro la nostra comunità. Che lo stato riconosca gli stessi diritti con gli stessi nomi, che lo stato riconosca l’eguaglianza davanti alla legge, che lo stato riconosca l’eguaglianza giuridica, che riconosca l’eguaglianza di opportunità è un messaggio che è altrettanto fondamentale per lavorare contro la discriminazione e la violenza nella nostra vita quotidiana. E, in questo senso, deploriamo che venga trasformato in una strategia per evitare l’avanzamento verso l’eguaglianza». Seguendo la stessa linea, l’ex presidente della FALGBT+ Esteban Paulón ha ricordato ad Associated Press che «quando il collettivo chiedeva e rivendicava il matrimonio egualitario, non lo rivendicavamo soltanto per i diritti – che forse una legge sulle unioni civili ci avrebbe comunque dato – ma per il concetto stesso di eguaglianza davanti allo stato: se lo stato ci dà gli stessi diritti con gli stessi nomi iniziamo a dialogare da eguale a eguale così da costruire tutti gli altri diritti».

In Francesco, è proprio il contesto argentino a venir meno. Avendo universalizzato le parole di Bergoglio e occultato la battaglia condotta dai movimenti LGBTIQ+, la «difesa» delle unioni civili sembra un’apertura politica sincera, da interpretare come il «convincimento» di cui ha scritto il biografo Sergio Rubin. Quella che fu, invece, una doppia sconfitta per l’arcivescovo di Buenos Aires – all’interno della Chiesa e, parallelamente, fuori dalla Chiesa – viene ribaltata al fine di raccontare un papa progressista, attento alla modernità e alle vicende umane. Come detto in precedenza, infatti, questa nuova lettura è resa possibile dalla presenza, nelle scene precedenti le dichiarazioni, di Andrea Rubera che con il suo corpo, la sua voce, la sua esperienza e la sua autodeterminazione fornisce una cornice essenziale per direzionare il commento del papa. Quando, il 21 ottobre 2020, sulle pagine online del quotidiano La Repubblica sono apparse le dichiarazione di Bergoglio, la traduzione di Paolo Rodari ha direttamente trasformato una difesa in una battaglia, la trincea di un’arcivescovo di Buenos Aires a difesa del concetto di matrimonio come unione tra due persone di sesso diverso nella guerra intestina di un papa contro la rigida dottrina omofoba. Da «Yo defendí eso» a «Mi sono battuto per questo»: un cortocircuito notevole per quel soldato di dio che, alle monache di quattro conventi carmelitani, già denunciava il piano satanico dietro il matrimonio egualitario, dietro l’eguaglianza.

Yàdad De Guerre ha studiato cinema ed è cresciuto con i film francesi, la musica rock e la musica folk, i lunghi periodi di José Saramago, dosi esagerate di caffè. È tra coloro che pensano The Wire come capolavoro insuperato. Dal 2015 al 2019, ha curato il blog Playing the Gender Card. Nel 2020 ha fondato Sovversioni come spazio per supportare e rigenerare le lotte LGBTIQ+ in ottica intersezionale.

1 commento

  1. Giuseppe Enrico Berti

    Complimenti !!!

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2020 – SOVVERSIONI

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